Chi convive con la malattia di Stargardt è ormai abituato ad assistere all'annuncio di nuove terapie.
Alcune promettono di correggere il gene difettoso, altre cercano di sostituire le cellule della retina ormai danneggiate, altre ancora puntano a rallentare la progressione della malattia.
Negli ultimi mesi, però, un nome è comparso sempre più spesso nelle pubblicazioni scientifiche: Gildeuretinol, conosciuto anche come ALK-001.
Non è una terapia genica.
Non richiede interventi chirurgici.
E, soprattutto, parte da un'idea sorprendentemente semplice.
Il problema non è la vitamina A
Ne abbiamo parlato tante volte.
Chi ha la Stargardt sa che il gene ABCA4 funziona come una sorta di sistema di raccolta dei "rifiuti" prodotti durante il normale ciclo visivo. Quando questo sistema si guasta, alcuni derivati della vitamina A si accumulano nella retina e, con il tempo, formano sostanze tossiche come l'A2E.
È questo accumulo che contribuisce al progressivo danneggiamento dell'epitelio pigmentato retinico e, successivamente, dei fotorecettori.
La vitamina A, quindi, non è il nemico.
È il modo in cui viene trasformata all'interno di una retina con ABCA4 alterato a diventare un problema.
L'idea alla base di Gildeuretinol
Gildeuretinol è, a tutti gli effetti, vitamina A. Ma vestita con abiti diversi.
Tre dei suoi atomi di idrogeno sono stati sostituiti con atomi di deuterio, un isotopo stabile dell'idrogeno.
Può sembrare una modifica insignificante. In realtà è sufficiente a rallentare alcune reazioni chimiche coinvolte nella formazione dei sottoprodotti tossici del ciclo visivo.
In pratica, questa versione della vitamina A continua a svolgere il proprio ruolo fisiologico, ma tende a generare meno bisretinoidi, come l'A2E, che si accumulano nella retina.
È un approccio molto diverso rispetto ai farmaci che cercano di rallentare o bloccare il ciclo visivo: qui il ciclo continua a funzionare, ma produce meno "scorie".
Perché è interessante
Questo approccio presenta almeno tre aspetti che meritano attenzione.
Il primo è che il trattamento è orale, sotto forma di una capsula assunta una volta al giorno.
Il secondo è che il farmaco non modifica il ciclo visivo, e questo è importante perché altri approcci hanno mostrato problemi come difficoltà di adattamento al buio o alterazioni della visione notturna (a cui io personalmente non posso pensare di rinunciare).
Il terzo è che il suo meccanismo d'azione è indipendente dalla mutazione del gene ABCA4. In teoria, potrebbe quindi essere utile per un'ampia parte delle persone con Stargardt (e non solo).
Cosa dicono gli studi
I risultati più solidi arrivano dal programma clinico TEASE.
Nello studio TEASE-1, i pazienti trattati con Gildeuretinol hanno mostrato una riduzione di circa il 22% della velocità di crescita delle lesioni atrofiche rispetto ai controlli, con un profilo di sicurezza favorevole e senza evidenza di problemi di adattamento al buio o cecità notturna.
Anche i dati preliminari degli studi nelle fasi più precoci della malattia sono incoraggianti, anche se riguardano ancora un numero limitato di pazienti e richiedono conferme in studi più ampi.
Nel frattempo è iniziato NORTHSTAR, il primo studio registrativo di fase III, che dovrà stabilire se questi risultati saranno confermati su una popolazione più ampia e potranno portare alla prima terapia approvata per la malattia di Stargardt.
Vale la pena essere ottimisti?
Sì. Ma con prudenza.
Un rallentamento del 20-25% non significa fermare la malattia e, soprattutto, non significa recuperare la vista già perduta.
Significa però qualcosa di molto importante: guadagnare tempo.
Tempo durante il quale la ricerca continua a progredire, tra terapie geniche, editing genomico, cellule staminali e nuovi farmaci.
Per chi, come me, convive con la Stargardt da molti anni, questa è forse la notizia più interessante: non tanto perché rappresenti una soluzione definitiva, ma perché dimostra che stiamo iniziando a capire sempre meglio i meccanismi della malattia. Ed è proprio da questa comprensione che, prima o poi, nasceranno le cure che aspettiamo da tanto tempo.
Una curiosità
Il deuterio non è un elemento estraneo all'organismo.
È un isotopo stabile (quindi non radioattivo) dell'idrogeno, presente anche in natura in quantità molto piccole.
La sua maggiore massa rende alcuni legami chimici più resistenti e rallenta selettivamente determinate reazioni: è il cosiddetto effetto isotopico cinetico. In pratica la Vitamina A con il Deuterio funziona ma più lentamente, producendo quindi meno epossidi tossici (le scorie prodotte normalmente dal ciclo della visione che, a causa della mutazione di ABCR, non vengono rimosse e si accumulano danneggiando la retina)
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