PERCHÈ, PRIMA O POI, UNA CURA LA TROVANO... MA NEL FRATTEMPO DIAMOCI UNA MANO PER NON PERDERCI NELLA NOTTE

domenica 14 agosto 2016

"Anche agli Dei Piace Giallo" - La Conclusione




“Tia, hay cosas en la vida que tiene que hacer. Esta es una de las!” 
Amador, Maggio 2016, Via Degli Dei.



L'ultima tappa di questa gloriosa ed emozionante avventura riprende dal cippo che ricorda i Sette Santi, che risaliti da Firenze crearono il Santuario di Monte Senario. Con una staffetta le auto hanno riportato da Bivigliano tutti i camminatori, fatta eccezione per me: insieme ad Elisabetta, infatti, dobbiamo andare alla stazione di Vaglia, per recuperare Elena. E' arrivata col regionale da Faenza e ci aspetta ansiosa di camminare con tutto il gruppo. Sono le 9:30 quando, incrociato il gruppo al Passo della Catena, ci mettiamo in marcia verso la nostra ambita destinazione. Abbiamo anche degli ospiti speciali oggi: una famiglia si è aggregata alla compagnia in cammino da Bologna. Il loro ragazzo ha la Malattia di Stargardt, e grazie al mio blog eravamo da tempo in contatto. E' per noi tutti un immenso onore poter avere queste persone vicino. Tutti possono essere utili a tutti, perchè è solo grazie alla condivisione che si affrontano le sfide della vita. E questo ha ancora più valore per un adolescente, che vive in maniera turbolenta la propria realtà di ipovedente. E come potrebbe essere altrimenti, in questa fase della vita così esplosiva, appassionata e intensa?

Però, non me ne vogliate, questa volta davvero vi lascio sulle spine.

In questa giornata ne sono successe davvero tante.  Ci sono stati momenti di gioia immensa e di commozione profonda. I cuori si lasciano andare quando sanno di poterlo fare, e vedere Firenze sotto di noi, raggiunto un promontorio sulle colline che ci separano dal capoluogo, da il via libera a tutti i sentimenti che abbiamo cercato di domare. 







Il nostro arrivo a Fiesole, tappa di chiusura ufficiale della Via dgli Dei, anche nota come “La Bologna – Fiesole”, è concomitante con i 100 km del Passatore, una maratona da Firenze a Faenza che ogni anno si svolge qui. Fiesole è blindata, e noi siamo esausti. Decidiamo di prendere un bus per evitare i danni ai piedi che gli ultimi 4 km di asfalto fino all’ostello potrebbero causare, ma il traffico è fermo. Improvvisamente il nostro bus, fermo in un parcheggio, si mette in moto. Corriamo per cercare di salire, ma bisogna fare i biglietti…e siamo 25 e passa persone.

Ed ecco che, ancora una volta, le persone e le istituzioni che rappresentano fanno la differenza. Intervengono due assessori del Comune di Fiesole, che ci avevano raggiunto in piazza per salutare il nostro arrivo. Fermano il bus ormai in marcia, e mentre una parla al conducente, l’altra va a comprare tutti i biglietti necessari. E lo fa di tasca propria. Onori a queste due donne!!!

Il resto è storia, amici miei.

La sera si festeggia al Circolo Culturale "Baragli" insieme ai ragazzi dell’Unione Italiana Ciechi di Firenze. Niccolò Zappi, nella persona del Presidente, ha organizzato la festa conclusiva dell’evento. Ci sono tutti, inclusi i nostri sponsor. Federica di FONDA è pronta ad accoglierci a braccia aperte!


Festa, emozioni e allegria sono il felice preludio di quello che sarà il momento più triste. Per tutti. Questa frase è zeppa di contrasti, ma non è così la nostra esistenza?

La nottata passa. Liscia per alcuni, intensa per altri. C’è chi festeggia la meta raggiunta, e fino all’alba resta al bar dell’Ostello 7Santi a bere. Beata giovinezza.


Domenica, dopo una visita ufficiale al Palazzo Vecchio, dove con un cicerone d’eccezione abbiamo potuto visitare i meandri più nascosti di questo magnifico palazzo storico, sotto una pioggia battente si arriva al momento dei saluti.



Il cielo piange insieme alla Gialla Compagnia.


Ma sono lacrime dolci, queste.


Ci siamo incontrati, provenendo da i più disparati angoli del vecchio continente. Sconosciuti, riuniti solo dallo spirito di condivisione e di avventura di due amici, che hanno voluto credere nella forza dei cuori degli esseri umani. 

Siamo partiti, ognuno con il proprio ruolo, più di una settimana fa da Bologna. Ed ora, qui in Piazza della Signoria, mentre ci abbracciamo tutti insieme, sotto l’acqua che fa confondere le nostre lacrime, non possiamo identificare più chi è cosa.


Guide, video maker, organizzatori, partecipanti…no, non esiste più distinzione. 


Siamo cuori che hanno deciso di sfidare le avversità… e abbiamo vinto.


La vita è bella, amici cari!


A presto.




sabato 13 agosto 2016

"Anche agli Dei Piace Giallo" - Venerdì 27 Maggio 2016 - Penultima Tappa



Il regionale che collega Faenza a Firenze mi pare lento come una lumaca. E' tanta la fregola di arrivare, e ogni secondo mi pesa come un macigno. Per fortuna non ci sono intoppi e il mio arrivo a San Piero a Sieve è puntuale, come da tabella. Sono le 8:46 e mi incammino verso l’albergo dove la truppa mi attende per la partenza. Attraverso il paese e qualche sorriso mi anticipa che la nostra presenza è cosa nota ai "sanpierini". Ne sono contento ed onorato.

"Hi guys!" tuono io dall'alto dello stradello che sbuca nella piazzetta dove c'è l'albergo. Sono felice di essere di nuovo nelle fila della compagnia, ci restano due tappe all'arrivo, e percepisco già nei loro volti la soddisfazione di essere ampiamente oltre il punto di non ritorno. Ci sarà ancora da camminare, ma il grosso è alle spalle e ne sono tutti consapevoli.
Il Mugiallo ci saluta e con Fabrizio e Andrea in testa ci addentriamo per un sentiero che taglia attraverso boschi di quercia, e che piega verso sud. Lasciamo alle spalle il paese e con un ripido strappo ci portiamo in quota, camminando per quasi tutta la mattina a mezza costa. Il profumo delle ginestre in fiore regna anche in questa parte di Appennino, e mi riscopro quasi stupito nell'annusarlo ancora una volta. Ci sono rovi e fronde nel sentiero. Le abbondanti piogge primaverili hanno fatto esplodere la vegetazione che, oltre al sottobosco, sta conquistando anche zone che non gli competono. Mi porto davanti a Maaike, voglio pulirle la via. A colpi di bastone abbatto i tralci spinosi che spesso ci si parano davanti, e mi accorgo che in questo modo il passo del nostro gruppetto riprende ad essere sostenuto. Chiedo alla mia nuova amica olandese qualcosa di lei. Ho letto sul suo sito di tante imprese sportive, e lei mi conferma di essere un'appassionata di tantissime attività. Le avevano anche chiesto di partecipare alle olimpiadi ma, almeno per la precedente edizione, aveva deciso di non accettare perchè aveva altri impegni e non voleva rinunciarci. Gli allenamenti olimpionici non consentono altre distrazioni, e neppure per le amicizie resta sufficiente spazio per cui mi confida che se ne riparlerà probabilmente alla prossima occasione. Per gli europei di sci, invece, inizierà ad allenarsi a fine estate. E' una ragazza davvero super impegnata, ed è un vero piacere sentire con quale entusiasmo parla della sua vita. Infermiera professionista, ora si sta dedicando al massaggio sportivo. Si è diplomata come fisioterapista e lavora a Den Bosch, città che porta il nome del celebre pittore Hieronymus Bosch, che giusto il giorno prima di conoscere Maaike ho scoperto per caso ascoltando la radio. E' stata una vera sorpresa sapere che lei viene proprio da li: poco da fare, in questa avventura il caso si sta divertendo tantissimo con noi.
Con inaspettata rapidità si fa ora di pranzo. Ci fermiamo nei pressi di un convento abbandonato, e alla prima radura ci sistemiamo per consumare i nostri panini. La scelta però non è delle più azzeccate: il prato su cui ci rilassiamo deve essere stato oggetto di visita da parte di un gruppo di ungulati, che involontariamente ha lasciato una pericolosa traccia del proprio passaggio.  Mentre mangiavo il mio panino, Maaike mi chiama e mi chiede "che diavolo mi sta camminando sul braccio?". Io mi avvicino e vedo che una minuscola zecca, allo stato di pupa, sta facendo free climbing abusivo sul suo avambraccio, in cerca di una bella venuzza da infilzare. La prendo e la schiaccio,ma di li a poco anche su altri camminatori vengono scoperti altri maledetti succhia sangue. Con attenzione le rimuoviamo tutte, e ci togliamo rapidamente da quel covo di zecche nascoste all'ombra di cipressi secolari. Già che siamo tutti di nuovo in piedi, ne approfittiamo per riprendere la marcia: il Monte Senario ci attende con il suo santuario e con Elisabetta, Patrizia, Sara e Barbara, arrivate per ricongiungersi alla compagnia per la tappa conclusiva di domani.
Eccezion fatta per una marea di fango incontrata nel tratto finale, la tappa si chiude rapida e tranquilla. 

Arriviamo presto in vetta al Monte Senario e abbiamo tempo per goderci la splendida vista su Sesto Fiorentino che da qui si apprezza. 
Berny sul trattore dei monaci




Si avvicina a me Bernard, con la sua fida coppola irish-style indossata, come di consueto, a fine tappa. Ha una bottiglia di whisky irlandese in mano, alla quale svita il tappo che subito riempie con un po' di distillato ambrato. 

Poi me lo porge e mi dice "in Irlanda è consuetudine, una volta raggiunto il punto più alto di una escursione, compiere questo piccolo rito con il nostro liquore più tipico". Ha un tono solenne e io ascolto come fossi al cospetto del mio mentore. "Devi prima dare un po' di whisky alla terra su cui sei ora, e dopo un sorso tocca anche a te".
Non nego che mi sento onorato e al contempo emozionato, e come da istruzioni verso il primo tappo di whisky a terra, pensando in quell'istante a quanta gratitudine nutro nei confronti di questa natura che ci sta ospitando così benevola.
Siamo però alla penultima tappa, e Bernard decide di far compiere questo rito a tutti i partecipanti. Ha un'altra bottiglia di whisky nello zaino, e non vuole portare peso a casa. Inutile dire che tutti i camminatori accolgono con grande entusiasmo questa notizia. Può sembrare strano, ma uno o due sorsetti di distillato irlandese a fine tappa riescono ad allentare la tensione e la fatica accumulata, senza però dare alla testa.
Per la consueta bevuta di fine giornata, però, dobbiamo attendere ancora un po'. C'è una piccola sorpresa in serbo per uno dei nostri angeli custodi. Oggi è il compleanno di Marinella, e le ragazze del CAI hanno preparato un piccolo banchetto per festeggiare insieme, ai piedi del Santuario di Monte Senario. 

Con gioia vengono stappate le bottiglie con cui tutti brindiamo insieme, mangiando le deliziose focacce, pizze e gli strepitosi zuccherelli preparati da Elisabetta, Patrizia, Sara e Barbara. Kristinn si avvicina e mi dice "questo è il vero spirito del vostro popolo". Mi commuovo quasi, ma ha ragione da vendere…peccato che per noi pare sia scontata tanta bellezza!
Finiti i festeggiamenti ripieghiamo per il punto sosta per questa giornata di cammino. Non spenderò altre parole in merito perchè la bellezza di questa bellissima giornata ha rischiato di essere parzialmente oscurata dall'accoglienza terribile che ci è stata accordata nell'hotel che ci ha ospitato questa sera. Neppure il nome voglio riportare, perchè non merita davvero nemmeno una parola di più.
Dico solo, a chi legge queste righe, di evitare assolutamente come penultima tappa Bivigliano. Allungatevi fino all'Olmo, frazione in cui sorge una struttura ricettiva che merita davvero tanto. Sono solo tre km in più, ma potrebbe far la differenza tra la mediocrità e l'eccellenza.

venerdì 12 agosto 2016

"Anche agli Dei Piace Giallo" - Martedì, Mercoledì e Giovedì


In QUESTO post avevo detto che vi avrei lasciato un po' di suspance... ma no,non posso resistere. Voglio che sappiate dalle mie parole quanto è successo in questa avventura.
Perciò, ecco il resto della storia!


Dei tre giorni in cui non ero al fianco della truppa poco posso raccontare. Ci sono però cose che resteranno indelebili nella mia memoria, proprio come la pietra che Dario ha colorato di Giallo durante il quarto giorno di marcia. 




Un segno che spiccherà per sempre nel cuore dell’Appennino.


In questi giorni ci sono state persone, tante per fortuna, che hanno fatto davvero la differenza.

Mi riferisco a Marco Mastacchi, innanzitutto.  E’ partito con la Gialla Compagnia da Monzuno, alla volta di Madonna dei Fornelli. E ha marciato tutto il giorno indossando un paio di occhiali che gli avevo dato io la sera prima, in biblioteca… con i quali si può simulare la visione tubulare che un retinopatico, affetto da Retinite Pigmentosa, sperimenta ogni giorno della sua esistenza… fintanto che la vista resiste.




Onore a lui!

Durante la giornata di Martedì il gruppo è stato accompagnato per un tratto anche dai due padri della Via degli Dei. 









Non so cosa abbiano raccontato alla truppa, ma dalle fotografie e dagli sguardi appassionati, colti in queste istantanee, credo che le anime di queste persone abbiano vibrato all’unisono!

Devo ringraziare i premurosi ospiti che, in mia assenza, si sono presi cura del gruppo per le tappe programmate. Michele dell’Albergo Ristorante Poli, ha accolto con affetto i ragazzi, esausti dopo la giornata di cammino in mezzo al fango. 

Erano tutti esausti e ha saputo ristorare le loro membra e i loro fegati ;-).

Il mercoledì si è avviato con una sveglia piuttosto “presta”. Dario ha richiamato tutti all’ordine di buon ora e la marcia è ripresa serrata. La tappa doveva consegnare la compagnia al Passo della Futa, dove il carissimo amico Simone Gualtieri, che anche in questo caso non ho potuto ancora conoscere di persona, ha giocato un ruolo cruciale. Pronto con la sua navetta, ha fatto la spola per trasferire il gruppo dal Passo a Santa Lucia, la frazione dove sorge il suo Albergo e in cui la compagnia si è fermata per la notte. Accoglienza più che amichevole. Fraterna. Simone ha dimostrato una notevole empatia per tutti i camminatori, stanchi ed esausti per la lunghissima marcia. La sua gentilezza è andata davvero oltre ogni mia attesa, e ogni partecipante, al mio rientro col gruppo, ha sentito la necessità di venirmi a dire quale splendido incontro è stato quello con lo staff dell’Albergo Ristornate Gualtieri di S.Lucia.




Non ho molto altro da riferire, ahimè, ma avrete tutti modo di saperne di più dal documentario che verrà pubblicato presto!

Solo un fatto, mi preme riportare in chiusura di questo breve resoconto.

Si tratta di una telefonata, fatta a Dario proprio nel momento più difficile di tutta la traversata. Era ora di pranzo, e quando il mio compare ha risposto al telefono la truppa era nel bel mezzo di un lago di fango, in cui tutti stavano affondando fino alle ginocchia. 


“Com’è il morale, vecchio?” ho chiesto io , un po’ preoccupato.

“Hey guys, Donato’s asking how is the moral!”

La risposta… lo volete sapere davvero?

Un tuono di urla, vittoriose!

Questi ragazzi, tutti, rappresentano davvero il senso della vita!

Il gaudio nel bel mezzo di una crisi…

Il mondo si deve inginocchiare e rendere onore a questi cuori.

venerdì 15 luglio 2016

Un’idea per l’estate da ipovedente: un giro in kayak

Vi posto qui sotto la bellissima idea che Timo ha pubblicato su NoisyVision!

Sono uno dei partecipanti di “Anche Agli Dei piace Giallo” e meno di due mesi fa camminavamo tra Bologna e Firenze. Dopo il trekking, i partecipanti hanno condiviso alcuni messaggi nel loro gruppo WhatsApp. Alcuni dei messaggi riguardavano esperienze di trekking nei paesi d’origine. In effetti, la passione per il trekking è uno dei motivi per cui abbiamo aderito alla camminata. Tuttavia, alcuni giorni fa ho scritto: Ho fatto 30 km pagaiando in kayak.

Volevo condividere una nuova esperienza e una nuova idea!
Ho la passione per il kayak da quasi dieci anni. Mi riferisco al kayak per uso ricreativo (= i kayak che hanno spazio per mantenere il proprio equipaggiamento asciutto. Non la versione olimpica.)
Con questo post voglio provare a dare voce al messaggio di NoisyVision, ovvero di come guardare oltre ai limiti, oltre a quelli che immaginiamo come tali.
Anche se io sono considerato un ipovedente, posso ancora vedere abbastanza bene. Ma quando sono con normovedenti mi sento come se fossi cieco. Per questo sono costantemente alla ricerca del mio posto tra i normovedenti e gli ipovedenti e costantemente alla ricerca di cose che posso ancora fare.
Quindi, vediamo come si può fare un giro in kayak, anche se si è ipovedenti.
Ci sono molte regole e competenze che si imparano durante il corso di orientamento e mobilità che possono essere applicati anche al kayak.
In primo luogo, è necessario sapere dove sei! Nella vita quotidiana gli ipovedenti hanno limitate possibilità di leggere i cartelli segnaletici, vedere i gradini, osservare punti di riferimento, relazionarsi ad altre persone, camminare a piedi nel traffico, ecc Ma, ehi, il kayak galleggia e si muove su una cosa strana in movimento, ma almeno si hanno tutte le possibilità di prendersela con calma!
Portare un telescopio per osservare i punti di riferimento (cioè isole, città o case sulla riva.)
Portare mappe impermeabili ingrandite se si fanno percorsi lunghi.
Andare ad una velocità di sicurezza così che anche se ci sono rocce sottomarine che non si romperete il kayak. Lasciate che i più veloci (barche) vadano avanti.
Assicurarsi di essere visibile indossando un giubbotto giallo.
Condividere la propria esperienza con qualcuno con una vista migliore.
Anche se questi potrebbero essere suggerimenti semplici, il mio intento è dimostrare come a volte sia sufficiente un’idea per godersi una grande avventura.
Ora che avete l’attrezzatura e un compagno, mettere il kayak in acqua e … pagaiate! E’ proprio come camminare o molte altre cose nella vita, una volta che si prova. non è così difficile.
La mia vista residua mi permetterebbe di andare  in kayak da solo, ma la mia ragazza era con me e lei è totalmente cieca. A volte prendiamo un kayak a due posti e di tanto in tanto ci prendiamo quelli con un sedile e li colleghiamo con una corda Come vedete è una questione di immaginazione e volontà di essere un po’ coraggiosi.
Aprite gli occhi e innamoratevi di questo sport!
Spero di aver innescato qualche idea e che durante l’estate qualcun altro vivrà altre grandi avventure e vorrà condividerle attraverso NoisyVision



Buona estate. Ciao da Helsinki!
Timo



domenica 10 luglio 2016

Dal tramonto all'alba...in Casentino

"Certo che fa un bel caldo anche qui, eh Dona?"
Sono le 19:00 e, sebbene ci troviamo a 850 metri di altitudine, l'afa pare essere riuscita a conquistare anche il confine settentrionale del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.
"Io confidavo che l'inversione termica potesse portare un po' di vento, qui al Passo della Peschiera", rispondo a mio padre, "ma anche se la sera è alle porte qui non muove un alito d'aria."
Carichiamo gli zaini in spalla, belli farciti di leccornie e di quanto occorre per un pic-nic che si rispetti. Ho anche il cavalletto per la reflex: voglio cimentarmi nel mio primo time lapse. 


Infiliamo il sentiero 555 intitolato a "Giuseppe Gurioli", e immediatamente la montagna mette in chiaro come stanno le cose, qui. Il tracciato è quasi affogato in mezzo a un'esplosione di fiori e profumi. La primavera è stata generosa e, sebbene siano i primi giorni d'estate, pare che la vegetazione non abbia intenzione di ingiallire sotto il cocente sole. Dopo pochi metri di falso piano il sentiero si inerpica lungo il fianco di Monte Brusco. Un nome, un programma. Dobbiamo fare parecchia attenzione ai segnavia CAI, perchè qui ci passano parecchi animali, incluse le grasse e grosse vacche di razza Romagnola, le cui tracce sono ben evidenti lungo il selciato e che possono far confondere un escursionista poco attento. Boazze e margheritone giacciono, ormai secche, placide e bucherellate dalle mosche che ne hanno preso possesso, costruendo veri e propri condomini larvali in cui le progenie cresceranno per andare a tormentare, tutta l'estate, quelli che sono stati i produttori delle loro abitazioni.
Alcuni segnavia rosso-bianchi sono freschi di verniciatura, ma bisogna camminare guardandosi intorno perchè gli animali hanno scavato innumerevoli false vie, e non ci possiamo permettere di perdere tempo sbagliando sentiero: il tramonto non ci aspetterà.
Superiamo il cancello di pali mobili e filo spinato, che segna il limite del pascolo. Da li camminiamo per qualche centinaio di metri in piano, riprendendo un po' fiato. Non è troppo faticoso il percorso, ma l'afa è soffocante e in salita spezza il respiro. Il pascolo prosegue fino ai piedi del Monte Bruno, in vetta al quale ci fermeremo. Abbiamo un dislivello di 100 metri da coprire in neppure 400 metri di cammino, e se Euclide non ha sbagliato i suoi teoremi, la pendenza dell'ascesa sarà di quelle che ti lasciano senza parole.Madidi, o meglio, fradici di sudore, guadagnamo il nostro belvedere privilegiato. La cima del Monte Bruno è spelata, ricoperta solo da tanta erba che non supera il mezzo metro d'altezza. Qui si gode di un panorama a 360°e, se il cielo sarà limpido, dopo il tramonto si potrà vedere anche Cesenatico, col suo grattacielo, le sue luci e quell'orrida e immonda piattaforma petrolifera che è stata recentemente costruita a poche miglia dalla spiaggia. Maledetta sia la bieca miopia dell'uomo!Sono le 20:00 e, in base al calendario astronomico, abbiamo un'oretta giusta giusta prima del tramonto. Steso il telo da pic-nic sul manto erboso, appiattito poco prima da qualche bel pestone mio e di mio padre, ci sistemiamo e tiriamo fuori dagli zaini gli ingredienti per il banchetto silvestre di questa sera.
Carciofini sott'olio caserecci, verdure stufate e a pinzimonio, un bel tocco di parmigiano e   salame a bassa stagionatura da 1kg vanno ad arricchire la nostra tavolata improvvisata. Una bottiglia di sangiowhisky e di birra Weiss, ancora fresche di frigo portatile, completano il quadro che si presenta promettente e saporito.Trovandoci in quota il tramonto inizia il conto alla rovescia con qualche minuto di anticipo. Sono in ritardo per impostare la mia attrezzatura, e sfuma così la possibilità di fare il time lapse. Ma il treppiede torna comodo ugualmente: impostando la fotocamera on diversi livelli di esposizione riesco a realizzare una serie di scatti per fare foto in HDR. Per chi non lo sapesse, si tratta di scattare tre o quattro foto della stessa scena con diversi tempi di esposizione, in modo da cogliere, nei differenti scatti, dettagli differenti. Le foto poi vengono fuse grazie ai programmi dedicati su pc, e il risultato finale è, a mio personalissimo avviso, magnifico!




Mentre scatto decine di foto, continuiamo a banchettare, ma a un certo punto mio padre solleva una questione non trascurabile: "Dona, ma per colazione? Hai portato qualcosa?".

"A parte il caffè solubile e il fornello ad alcool no, niente", rispondo preoccupato. "Tra l'altro ora che torniamo in paese sarà tutto chiuso".

"Allora lasciamo qualcosa per domattina, altrimenti toccherà camminare a stomaco vuoto", suggerisce saggiamente lui.

Alle 21:30 raccogliamo le nostre cose. Il sole è già dietro l'orizzonte, ma la luce è ancora sufficiente per tornare al parcheggio senza usare torce.

Il bosco pare sia in pausa, attende silenzioso l'arrivo delle tenebre. Mi pare di avvertire l'ansia e l'aspettativa degli animali selvatici, pronti a far capolino dal fitto della boscaglia col favore dell'oscurità. Camminiamo in silenzio anche noi, con passo decisamente più svelto e allegro dell'andata. Complice il vino e lo stomaco pieno, affrontiamo con maggiore spensieratezza il sentiero che riporta, quasi tutto in discesa, al Passo della Peschiera.

Mentre carichiamo in auto i nostri zaini, dal bosco parte il canto inaugurale della nottata di attività di tutta quella fauna che si è riposata durante le assolate ore della giornata appena conclusa. Un Succiacapre inizia, col suo caratteristico trillo continuo, a intonare la colonna sonora della nottata. 

Poche curve e qualche tornante, e siamo in paese.
Come immaginavamo, a S.Benedetto è già tutto chiuso. Sono le 22:30 e il borgo è già in letargo. Ne approfittiamo per muovere qualche passo lungo il sentiero che porta alla Cascata dell'Acquacheta. Nemmeno duecento metri di cammino e ci ritroviamo immersi in una notte surreale. Nel buio del folto scorgiamo mille e mille luci. Come stelle del sottobosco, un'infinità di lucciole si muove nella notte, con il sottofondo della scrosciante e poderosa cascata che si incontra subito lungo il sentiero. Vedo una radura poco avanti a noi, e decido di raggiungerla. Uno spettacolo indimenticabile ci viene offerto dalla natura. Ci guardiamo intorno e vediamo le stelle della foresta, lampeggianti e danzanti intorno a noi. Poi alziamo gli occhi, e la via lattea, con la sua miriade di diamanti incastonati nell'infinito, ci fa sognare di essere in un posto dove ci sono due firmamenti: uno è nascosto, intimo; l'altro è maestoso, rassicurante.

Sono le 23:30 quando ripieghiamo in albergo. La sveglia è per le 3:30, e sarà dura dormire sapendo che l'alba ci attende.

Mio padre prende sonno immediatamente, ma io sono ancora in quel bosco, con la testa. Ripenso a quelle lucciole e a mio figlio, che ancora non le ha mai viste. Essere genitore vuol dire rivivere di nuovo le scoperte fatte da bambini, ed è uno dei maggiori riconoscimenti che questo ruolo difficile può regalare.

Per fortuna riesco a cedere a Morfeo, e un paio di orette me le dormo anche io. La svegli suona, discreta e puntuale, insieme alla torre campanaria del paese. Mi sono perso i 15 rintocchi di mezzanotte e tre quarti, ma anche i 5 din don appena suonati non sono uno scherzo. Echeggiano in tutta la vallata circostante, correndo tra montagne e gole ammantate di lussureggiante vegetazione.

Ci prepariamo rapidi e, in punta di piedi, usciamo dall'albergo. L'adrenalina in corpo non ci fa sentire la stanchezza, per cui siamo allegri e be svegli. Con l'auto riguadagnamo il Passo della Peschiera in una decina di minuti, passando davanti alla sorgente di acqua gelida in cui ci siamo rinfrescati ieri sera, al nostro ritorno dopo il tramonto. Acqua deliziosa, fredda, e abbondante!

Parcheggiamo al valico che segna il confine con Marradi, e indossati nuovamente i nostri zaini, ora alleggeriti, ci prepariamo a scarpiniare ancora lungo il CAI 555. Il succiacapre è sempre sullo stesso albero di prima. Canta, col suo trillo continuo, ma il volume è ora più basso. Sarà evidentemente esausto dopo 5 ore buone di gorgheggi.

E' ancora notte, ma fa un caldo maledetto. La luna piena rischiara a sufficienza il sentiero, per cui riusciamo ad orientarci senza necessità di torce. A parte un paio di cervi, che coi loro bramiti minacciosi ci hanno invitato gentilmente ad allontanarci rapidamente dai loro territori, non abbiamo fatto altri incontri con la fauna locale.

Guadagnamo la vetta del Monte Bruno col favor di luce. Il sole non è ancora sorto, ma manca davvero poco. Peccato però che l'orizzonte a est sia coperto da uno spesso strato di foschia. Sull'Adriatico l'aria non si è mossa: non essendoci stata inversione termica, è rimasto come tutto congelato a ieri, con l'afa che staziona implacabile su tutta questa zona.

"E Vabbuò", esordisce mio padre, visto che l'alba non ce la riusciamo a vedere, tanto vale metterci comodi e fare colazione.

Non potevo chiedere di meglio. Il mio stomaco brontola da una mezz'ora, per il pensiero di quello che attende di essere mangiato.

Sdraiati sul telo da pic-nic consumiamo i resti di ieri sera. Avevamo tenuto da conto anche mezza bottiglia di vino, che risulta quanto mai gradevole nonostante l'ora sia piuttosto presta.

Alle 6:00, finalmente, il sole emerge dalla coltre nebbiosa che ricopre il mare. Giusto il tempo di salutarlo e giù, di buon passo, si ritorna alla macchina. Fa un caldo già insopportabile, e il pensiero di quella che sarà l'aria che ci aspetta in pianura, per un istante ci fa vacillare.

E se restassimo quassù?

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