“Tra due mari” è scritto per chi si trova a fare i conti con un cambiamento della vita e della vista.
Non offre risposte facili né consolazioni.
Offre un punto da cui partire.
Racconta di come si può ridisegnare una vita.
Oltre la paura.
Per riscoprire ciò che è davvero possibile.
“Tra due mari” è un libro che racconta cosa succede dopo una tempesta.
Da: "Tra due mari - La misura del possibile"
Il sentiero cambia faccia.
La terra è scura, quasi nera, puntellata da sassolini rossicci, testimonianza della natura vulcanica di tutta la zona.
Procedo col favore del fresco, il bosco continua a ripararmi dal sole. Una leggera brezza mi accompagna, sempre pronta ad accarezzarmi la testa. Mi sento un po' come se queste maestà arboree fossero qui allo scopo di nascondermi agli occhi del mondo, proprio come fecero con i briganti.
Cammino leggero, su un lungo falso piano.
La mente resta immobile e lascia alle gambe l’onere del movimento. Poco alla volta perdo la cognizione dei passi. Vanno da soli, uno dopo l’altro, con ritmo calmo e regolare.
Mi sto abituando a questa nuova quotidianità.
Camminare. Nel silenzio, nel verde.
Godere della compagnia di un affetto.
Mangiare cose buone. Giorno dopo giorno.
La vita, in fondo, potrebbe essere anche solo questo.
Cos'altro manca?
Sento che la mia anima sta abbassando la guardia.
I pensieri, slegati dai preconcetti, stanno prendendo strade che non ho mai esplorato. Intorno a me vedo equilibrio.
Io, però, sono inquieto.
Continuo a camminare senza pensare ai passi. Una poesia di movimento che tiene sospesi i pensieri.
Mentre il tempo scorre avverto un peso aggrappato all’anima.
Chiudo gli occhi per qualche istante.
I suoni, i profumi, il tepore del sole sulla pelle mi accarezzano nel profondo, come la risacca fa con la sabbia quando la marea si ritira, all’alba. Onda dopo onda i sensi mi avvolgono.
E allora un nodo, lentamente, si stringe in gola.
Come svegliato di colpo, provo a ricacciarlo indietro.
Mi guardo intorno, quasi imbarazzato. Poi a testa bassa scorgo i miei piedi, conficcati negli scarponi. Sono coperti di polvere scura.
Resto immobile qualche secondo. Afferro gli spallacci.
E capisco.
Il peso che porto non è quello dello zaino. La zavorra è altrove. Grava sul cuore e sui pensieri.
Riprendo a camminare dopo una serie di respiri profondi. Alzo lo sguardo verso le chiome che puntellano la volta sopra di me. Una folata d’aria fresca mi fa scivolare una lacrima lungo la guancia.
Non la trattengo. La raccolgo con due dita.
Brilla sui polpastrelli come rugiada, attraversata da un raggio di luce che filtra tra le fronde.
Le gambe proseguono autonome. Dopo pochi passi ritorna quella sensazione di delicatezza, di protezione.
«Se basta stare qui, in mezzo alla natura, cosa sto aspettando per cambiare vita?» sussurro.
Per la prima volta dopo anni il peso della fragilità si allenta.
I miei occhi non evocano più così tanta paura. Li percepisco per quello che sanno fare. Vedere. E ora vedo, ogni cosa per quello che è.
Senza ostilità. Senza timori.
Finalmente i miei occhi vedono quello che mi basta.
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